Voci della Grande Guerra

Tutta la guerra: antologia del popolo italiano sul fronte e nel paese Frase: #6

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AutorePrezzolini, Giuseppe
Professione AutoreScrittore, giornalista
EditoreR. Bemporad
LuogoFirenze
Data1918
Genere TestualeMemorie
BibliotecaBiblioteca Comunale di Trento
N Pagine TotXV, 398
N Pagine Pref15
N Pagine Txt398
Parti Gold2-405
Digitalizzato OrigNo
Rilevanza2/3
Copyright

Contenuto

E ogni qualvolta la diplomazia nostra si procacciava il conforto di un periodo di quiete, di una formola di adattamento, l’Austria pareva tenesse a far sentire con sincerità brutale — quasi per interrompere la prescrizione dell’odio — il peso della catena, così da potersi segnare, anno per anno, le coincidenze tra inni di solidarietà e di amicizia e fatti che ne sfatavano la illusione.

Erano gli apparecchi offensivi di guerra ai confini, l’annessione della Bosnia, i progetti di ferrovie balcaniche, i decreti di Hohenlohe, il dispregio brutale del sentimento italiano, la distruzione meditata, sistematica, della stirpe nostra entro i confini dell’Impero.

Sanno tutti il calvario dell’italianità in quelle terre, torturata, spregiata, umiliata per offenderla e per offenderci; ma non forse è tutta nota la storia degli intrighi, delle insidie, delle macchinate aggressioni che amareggiarono l’alleanza italo-austriaca fino alla guerra e che le necessità del prudente frasario ufficiale dovettero così a lungo dissimulare.

Dinanzi alla salma del marchese di San Giuliano io potei dire che una vernice di scetticismo copriva in lui un’anima di patriota, perchè, negli ultimi mesi della sua vita, nel desiderio che lo assillava di purgarsi dalla fama di troppo grande amico dell’Austria, egli mi aveva schiettamente, fuori dai viluppi del protocollo, svelata quell’anima.

Rivelazioni.

Ed io non so a questo punto fin dove il segreto della confessione s’imponga.

Certo mi è lecito ricordare gli accenti con cui egli rievocava gli anni di assidua tortura a cui l’aveva sottoposto l’ambasciatore d’Austria Von Merey, che gli appariva corrucciato ogni giorno a chiedere ragione della frase di un giornale, dell’insegna di una bottega, dei dialoghi di una commedia, dei simboli di una stampa, quasi che l’Italia avesse alienata col trattato di alleanza anche ogni sua libertà di vita pubblica interna.