Voci della Grande Guerra

Diario critico di guerra 2: Anno 1916 Frase: #320

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AutoreDouhet, Giulio
Professione AutoreMilitare
EditoreParavia
LuogoTorino
Data1922
Genere TestualeDiario
BibliotecaBiblioteca Comunale di Lucca
N Pagine TotVII, 448
N Pagine Pref7
N Pagine Txt448
Parti Gold1-46
Digitalizzato OrigNo
Rilevanza2/3
CopyrightNo

Contenuto

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DIARIO CRITICO DI GUERRA 3 Gennaio 1916.

— Appunti.

Ultimi di dicembre.

Passando per Udine, ufficiali appartenenti al C. S. mi dissero che l’ultima offensiva ci è costata 120 mila uomini e 3 mila ufficiali e non ha ottenuto alcun risultato tangibile.

Ciò rappresenta la perdita di almeno 4 Corpi d’Armata (su 14).

Come ho già scritto, era prevedibile un tale risultato che ha messo il nostro esercito nelle condizioni di non poter agire per almeno tre mesi ed ha distrutto la piccola riserva di munizioni che avevamo.

Ho avuto notizia, da chi li ha visti, che gli hangars di Campalto sono stati sforacchiati da bombe di aeroplani austriaci.

Adesso si stanno innalzando a Casarsa:

Alla 3a Armata le squadriglie di aviazione sono messe alla dipendenza dell’Intendenza:

La maggior parte delle squadriglie è impiegata alla difesa di Udine, dove gli austriaci hanno bombardato il C. S., colpendo a pochi passi di distanza.

Tutta la nostra artiglieria Déport funziona da contro aereo, ed è quindi sottratta all’impiego campale.

A Venezia gli austriaci avevano tirato contro la stazione ed hanno colpito la Chiesa degli Scalzi, a meno di 100 metri di distanza.

Notizie ufficiali dànno che, nell’offensiva in Champagne ed Artois, i franco-inglesi impiegarono 62

Divisioni su 53 chilometri di fronte (52 francesi e 10 inglesi), e consumarono:

Sei milioni di proiettili per artiglieria campale, 1.200 mila proiettili per artiglieria di medio e grosso calibro.

L’offensiva non riuscì ad infrangere le linee tedesche per il mal tempo, la insufficienza delle munizioni, la insufficienza delle truppe fresche disponibili.

Con un tale esempio noi ci siamo avventati all’offensiva autunnale:

Nelle direttive del 25 è detto essere intenzione di riprendere in primavera l’energica offensiva sull’Isonzo per ottenere la libertà di manovra::

Il colonnello X, ex addetto a Vienna, aveva dichiarato, prima che la guerra nostra incominciasse, che l’esercito austriaco era un cadavere;

il cadavere ci è ancora fra i piedi più ostinato che mai, ma il colonnello X, vista la sua perspicacia, ora accompagna il generale Porro a Parigi.

Il 15 dicembre il nemico ha obbligato col tiro di artiglieria a sloggiare da Cormons il Comando del Corpo d’Armata e gli ospedali:

Ciò dopo la nostra offensiva:

Il generale Cadorna è circondato da uno S. M. che pensa troppo all’avanzamento, e quindi cerca di mettere tutti in cattiva luce.

Costoro hanno chiamato l’Armata della Carnia, l’Armata neutrale, l’Armata coloniale.

Quando il generale Lequio scrisse al C. S. per una seconda linea di difesa gli si chiese se intendeva ritirarsi:

Oggi la chiedono.

Non abbiamo una seconda linea;

non so che accadrebbe se dovessimo subire un’offensiva.

Gli austriaci dicono che nelle battaglie dell’Isonzo abbiamo perduto 70.000 uomini.

Si sbagliano:

ne abbiamo perduto di più.

Pare che la offensiva sia stata decisa per portare alla Camera qualche vittorietta.

Pare anche che non tutti i reggimenti di nuova formazione poterono venire costituiti in seguito alle grandi perdite dovute alla offensiva.

Gli ufficiali sono esasperati dagli ordini di conquistare posizioni a qualunque costo e di non ritirarsi se non dopo aver perduto almeno i 2/3 degli uomini.

I soldati sono sacrificati senza esitare, purchè il bollettino possa annunziare la conquista di un sasso.

Avvengono diserzioni ed ammutinamenti.

Non si è compreso che una guerra di esaurimento esige l’economia delle forze.

Si mormora e si discute nei comandi e presso le truppe.

I migliori ufficiali sono scomparsi;

non vi è più esercito, ma una nazione male armata.

Parlare di difensiva non si può.

Il dottor B. (malattie mentali) ha avuto in cura successivamente i quattro colonnelli che sono stati al Mrzli, 50 ufficiali e 500 soldati.

Dio ci salvi da una catastrofe:

23 Gennaio 1916.

— Dalle note prese giornalmente qui riassumo ciò che ho fatto a Roma, durante il periodo della licenza invernale.

4 Gennaio.

— Arrivato a Roma nel mattino, trovo l’avv. C. alla stazione, questi mi presenta il comm. S. al quale avevo già parlato della questione dell’aviazione.

Vado a colazione dal comm. S. e quivi conosco C. ed H. Si parla naturalmente della guerra, e mi accorgo che è sorto un senso di malessere e che la bella fiducia primitiva e la speranza di giungere presto ad un risultato sono molto sminuite.

Ricevo l’impressione che il governo centrale, essenzialmente, non abbia compreso l’importanza della guerra, e la burocrazia intralci l’opera di organizzazione necessaria.

Dopo colazione con S. e C. andiamo a..., dove conosco don S. che si dichiara intimo del generale Cadorna e racconta molte cose le quali dimostrano, di fatto, una certa dimestichezza col generale Cadorna.

Don S.

mi fa l’effetto di una brava persona, ma di levatura comune, incapace di distinguere le questioni di indole generale da quelle di indole particolare.

A don S. racconto la storia dell’aviazione e lo prego di chiedere al generale Cadorna di volermi ricevere.

Il comm. S. gli parla della questione industriale e dell’on. K.

Il comm. S. aveva, in precedenza, convocato i maggiori industriali d’Italia, i quali gli avevano fatto un quadro delle imprevidenze e degli intralci della amministrazione centrale, imprevidenze ed intralci che rallentano e sminuiscono la produzione.

L’on. K.

raccoglie i memoriali degli industriali per portarli al Governo — che egli cerca sostenere ed aiutare — perchè il Governo procuri di meglio far funzionare la macchina burocratica.

Si ha l’impressione che l’on. K.

desideri il Ministero delle munizioni.

Don S. promette di interessarsi presso il generale Cadorna.

5 Gennaio.

— Alle 11 sono ricevuto da S. E. l’on. X, al quale avevo chiesto una udienza il giorno precedente per mezzo di V. Nell’accordarmi l’udienza, S. E.

X fece dei complimenti di me a V. ed anzi gli disse che io ero considerato l’ufficiale più competente in aviazione.

S. E. mi ricevette molto cordialmente ed, avendogli io detto che ritenevo dover essere chiamato all’aviazione, ma che il ministro della guerra aveva detto che non mi si chiamava perchè ero un indisciplinato, S. E. mi disse che il ministro della guerra non aveva nulla contro di me, ma che non mi si chiamava in aviazione «per non accrescere l’affronto fatto a chi si era allontanato».

Aggiunse che lui avrebbe potuto parlarne al generale Cadorna, ma riteneva inutile parlarne al Zuppelli.

Replicai cercando dimostrargli tutta l’importanza dell’aviazione e dicendogli che ero disposto a tutto, pur di riuscire utile.

S. E. parve impressionato e mi promise di parlarne anche a Salandra ed a Zuppelli Faccio colazione con il comm. S., C. C., l’on. Q. e don S. Il comm. S. parla della questione generale dell’armamento, del munizionamento e dell’industria e dice a don S. che vorrebbe scrivere in proposito una lettera al generale Cadorna.

Don S.

risponde che fa bene e che lui è disposto a fargliela avere...

Il comm. S. mi incarica di scrivere la lettera per il generale Cadorna, la scrivo:

è approvata da tutti, compreso l’on. K.

Ed ecco la lettera:

Eccellenza, Approfittando della cortesia del comune amico padre S., avrei potuto chiedere una udienza all E. V., ma non ho creduto conveniente abusare dei Suoi preziosi momenti; ritèngo tuttavia opportuno mandarle questi brevi appunti che ho ricavato da informazioni sicure avute dai maggiori uomini dell’Industria italiana che a me, lontano da ogni affare industriale e libero da ogni legame politico, hanno aperto fiduciosamente e liberamente i loro animi prettamente italiani.

L’impressione generale che io ne ho tratto è che non si è ancora saputo completamente sfruttare tutto ciò che la potenzialità industriale può dare, e che la burocrazia ministeriale ha ostacolato ed ostacola la libera e feconda espansione delle attività più produttive.

Sembra che nelle sfere burocratiche non si sia ancora compreso come, per vincere la guerra attuale, non siano sufficienti gli ottimi condottieri e gli ottimi soldati, ma occorra fornire gli uni e gli altri di tutti quei mezzi materiali e meccanici ehe la tecnica della guerra moderna impone.

Coloro che potrebbero produrre questi mezzi — fattori di vittoria — vedono intralciata la loro opera da una meschina previggenza dei bisogni, da piccole formalità, dalla indecisione più tentennante, dai mille e mille ostacoli più cavillosi della burocrazia centrale, che non ha saputo svincolarsi, neppure al sopraggiungere della gravissima crisi, dalle tradizionali consuetudini e dagli attriti passivi, così che l’industria italiana, che sarebbe pronta a compiere miracoli nell’interesse supremo del paese, si vede avvinta e legata in un viluppo di pastoie che la rendono infeconda.

L’impressione generale è che a V. E. si nasconda la realtà delle cose, che a V: E. si rappresentino difficoltà che non esistono, che a V. E. si prometta ciò che non si ha la certezza di poter mantenere.

Che importa se dai contratti appare che per primavera potranno essere messi a disposizione certi mezzi, quando poi tali contratti non potranno avere esecuzione:

Che varrà punire, fucilare anche, coloro che mancheranno ai loro impegni, quando non avremo mezzi da contrapporre a quelli nemici:

Per le questioni principali riflettenti essenzialmente le artiglierie, le munizioni, gli aeroplani, gli industriali ritengono fermamente che il Governo centrale potrebbe meglio sfruttare tutte le magnifiche energie che possiede il nostro paese.

Si sente che il Governo centrale non ha completa coscienza della gravità della crisi che la nazione attraversa ed ha bisogno di essere scosso e, nel tempo stesso, sostenuto;

scosso perchè non si addormenti in una specie di irresponsabilità, derivata dal fatto che la guerra è condotta da V. E., sostenuto perchè trovi in sè l’energia di reagire, e non divenga preda di avversari che andrebbero contro le aspirazioni della nazione.

L’Italia ha fede completa nellE.

V.; ma lE. V. trova il proprio posto alla fronte, dove si combatte con tutta l’anima italiana; occorrerebbe che V. E. potesse avere il dono dell’ubiquità e potesse permanere ed alla fronte e nel cuore del paese;

qui per attivare la produzione dei mezzi, là per impiegarli.

Ma se ciò non è possibile, è possibile all’E. V. insistere sul Governo centrale perchè lo assicuri dei mezzi, e ciò nell’interesse generale e nell’interesse stesso dell’E. V. che,.

di fronte al paese, il quale non può fare distinzioni, dovrà rispondere di tutta la condotta della guerra.

Come italiano e come triestino, anelante solo a potere rientrare nella mia città al seguito delle truppe vittoriose, io mi sono permesso di mandarle queste righe, nella coscienza di compiere un dovere imprescindibile.

6 Gennaio.

— La lettera viene consegnata a don S. 7 Gennaio.

— Verso mezzogiorno don S. porta la risposta del generale Cadorna.

Dice che non lo ha potuto vedere e gli ha lasciato la lettera del comm. S., accompagnandola con una sua.

La risposta del generale Cadorna consiste in una lettera diretta a don S., nella quale scrive che deve partire il 9 e che, avendo tutto il suo tempo impegnato (sappiamo che ha avuto lunghe discussioni col Dallolio), non può ricevere nessuno.

La lettera finisce cosi:

«Non mi riesce nuovo ciò che scrive il comm. S., ma io non posso sostituirmi a quelli che sono a Roma; a ciascuno la sua parte».

Tale conclusione è gravissima in quanto che indica esistere un dissidio fra il C. S. ed il Governo centrale, e dimostra, inoltre, che tale dissidio non si risolve, ma si fa permanere.

Pare a me che, se il C. S. non ottiene dal Governo ciò che vuole, e che ha il diritto di avere, se consente in ciò che ha scritto il comm. S., avrebbe il diritto di mettere l’aut aut, perchè chi finisce per soffrire di tale dissidio è il paese.

La spiegazione di questo adattamento del C. S. non posso trovarla che in questa considerazione; prima della guerra, il C. S., che non era orientato sulla guerra, deve aver dichiarato che la guerra era facile, che i mezzi bastavano, che noi avremmo vinto rapidamente; di fronte alla realtà delle cose, il C. S. avrà chiesto una quantità di mezzi che il Governo non era preparato a dover fornire; perciò oggi il C. S. non può addossare al Governo la colpa della impreparazione alla guerra;

perciò non può mettere un aut aut e ricorre ad un adattamento, nel quale, mentre il Governo non dimostra fiducia nel C. S., questo non la dimostra al Governo, e fra i due litiganti il paese ne va di mezzo.

La lettera del generale Cadorna ci produce una grande impressione.

9 Gennaio.

—... so da un informatore che il generale Boerevich affermò che gli austriaci non credevano di poter difendere Gorizia, il Carso e Trieste, ma che ora si trovano in una botte di ferro e noi non passeremo più; che gli austriaci sono meravigliati della nostra inattività aviatoria, che sperano in una prossima rivoluzione in Italia.

Nel pomeriggio il comm. S. va da S. E. l’on. X per una seduta.

S. E. dice e ripete che non mi si vuol prendere in aviazione per non dare un dispiacere ad altri.

Alla seconda volta il comm. S. scatta affermando che ciò è una immoralità.

S. E.

esprime il desiderio di vedermi il giorno dopo alle 11.

10 Gennaio.

— Sono ricevuto da S. E. l’on.

X, gli esprimo le mie idee sul carattere generale della guerra moderna e sulla guerra aerea.

Nel pomeriggio riassumo le mie idee in un promemoria e glielo mando. 11 -16 Gennaio.

— Sono ricevuto da S. E.

Brusati, che prego di interessare il generale Cadorna nei riguardi della guerra aerea, ed al quale consegno copia del promemoria presentato all’on X.

Ho in proposito altre conferenze con illustri personaggi ed uomini parlamentari.

Alla sera del 16 parto per la Carnia.

Alcune considerazioni sono utili.

Da quanto ho esposto in queste brevi note risulta:

1.

È cominciata a sorgere nella parte migliore del paese che sostiene il Governo una certa sfiducia nel Governo stesso per la sua debolezza e la sua incapacità.

Questa parte, ritenendo di grave danno cambiare oggi l’attuale Governo, il che potrebbe produrre il disastroso avvento degli avversari, cerca di aiutarlo, di scuoterlo, di smuoverlo, ma si trova dinanzi ad una terribile forza di inerzia.

2.

Il C. S. è malcontento del Governo centrale e viceversa; nè l’uno nè l’altro hanno il coraggio di prendere una determinazione energica.

Si cominciano a palleggiare le responsabilità, non pensando che oggi non è più questione di responsabilità, ma dell’interesse generale del paese.

Negli ultimi giorni di mia permanenza a Roma sentii dire che il generale Cadorna sarebbe stato esonerato e che il Ministero sarebbe caduto a marzo.

Sentii anche dire che nei ministri, presi isolatamente, manca la fiducia nell’esito della guerra.

— Si scherza.

— Pare che il Martini scherzando abbia detto — come se ciò potesse essere oggetto di scherzo o di scherno — che due erano i ministri senza portafoglio:

Barzilai che non lo aveva mai avuto, e lui che aveva perduto le colonie:

Parlando con un ministro ho avuto l’impressione del disinteressamento sulle maggiori questioni.

Il suo più grave pensiero erano certi discorsi che doveva pronunciare.

È un ministro che ricorre a deputati per premere sul Governo:

3.

Il Governo tenta morfinizzare la nazione, nascondendole tutta la gravità della guerra.

Dimenticandosi di aver messo la censura, si culla nella stampa favorevole.

Eccetto che per i fornitori dipendenti dal generale Tettoni, nessuno è stato incolpato o condannato.

Ciò è strano: che tutti i farabutti facciano proprio capo a Tettoni:

Il generale D. non ammetteva che la nostra guerra, felice od avversa, potesse durare più di tre mesi.

Tutta la burocrazia è rimasta intatta:

gli inetti erano solo alla fronte:

Ogni giorno se ne imparano delle graziose.

I battaglioni di nuova formazione — fanteria, alpini — si esercitano coi bastoni perchè mancano i fucili.

Il generale D. riteneva che bastasse una produzione di 15 - 20 mila fucili al mese.

Venne rifiutata una offerta americana — presentata prima della nostra guerra — di 100 mila fucili al mese.

Adesso stiamo riducendo i Wetterly (per sparare colle cartuccie 91, dopo aver venduto il macchinario per la fabbricazione delle cartuccie per i Wetterly).

Le batterie da montagna di nuova formazione mancano di cannoni, di muli e di basti.

Oggi — 23 gennaio — è venuto qui il comandante della fortezza di Osoppo per certe informazioni.

Ha detto che è incaricato di fare lo studio particolareggiato delle linee difensive sulla destra del Tagliamento (parte Nord).

La parte Sud è affidata al generale Z, richiamato, dichiarato inidoneo a generale in tempo di pace.

Intanto le informazioni dànno che gli austriaci preparano una offensiva contro di noi; nel caso ci ripareremo dietro il progetto particolareggiato, se pure lo finiremo in tempo.

Io non lo so, ma ci scommetto, che tutta la nostra difesa consiste in una linea di trinceramenti mal fatti ed un fiume alle spalle.

Che Dio ce la mandi buona:

Il bello si è che l’Ufficio Informazioni, quell’ufficio che al principio della guerra dava l’Austria come un cadavere, seguita a dire che è sempre più cadavere.

Non è una soddisfazione per noi che dovremmo essere vivi.

Non ostante tutto, conservo fede nella vitalità dell’Italia nostra.

Forse anche una buona lezione sarebbe giovevole, perchè la indurrebbe a trovare la energia necessaria per abbattere tutto il ciarpame e levare alto le sue fresche energie.

Riporto la memoria riguardante le mie idee sul carattere della guerra moderna e sull’impiego dell’arma aerea.

Tale memoria venne da me consegnata a S. E. l’on. X ed al generale Ugo Brusati, il quale la fece pervenire al generale Cadorna.

Carattere della guerra moderna.

La guerra ha seguito la evoluzione industriale nell’applicazione delle macchine.

Come si è moltiplicata la produzione, mediante il largo uso delle macchine, così si è moltiplicata la distruzione, mediante la larga introduzione delle macchine negli eserciti moderni.

Alla lima si è sostituito il tornio revolver, al fucile la mitragliatrice.

Lo sviluppo grandioso dei mezzi di distruzione ha portato ad un accrescimento del valore della difensiva, che è l’arte di proteggere i propri mezzi di distruzione;

il rendimento dell’uomo soldato si è venuto centuplicando, come si è andato centuplicando il rendimento dell’uomo operaio.

Idea semplice della battaglia moderna.

Supponiamo di dover attaccare una posizione difesa da una mitragliatrice protetta da una trincea di cemento armato e da profondi reticolati.

Si presentano tre sistemi di attacco: a) Attacco brillante.

Si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere, e si lancia all’attacco un numero superiore di uomini; qualcuno giungerà sulla mitragliatrice.

Questo metodo è rapido, ma fornisce vittorie di Pirro, ed esige una enorme superiorità di uomini.

b) Attacco lento.

— Si procede verso la mitragliatrice mediante camminamenti coperti, in modo da subire meno perdite, finchè, giunti vicino, si assalta.

Questo metodo esige superiorità di uomini, è lento, e tanto più lento quanta maggiore economia di uomini si intende di fare.

c) Attacco economico.

— Si mette in batteria un cannone, si fa fuoco sulla mitragliatrice finchè tutto sia sconvolto e distrutto, quindi si mandano quattro uomini e un caporale a seppellire i resti.

Questo metodo è economico ed esige solo una grande quantità di mezzi materiali; è economico perchè un cannone si costruisce in tre mesi, mentre un soldato esige venti anni.

Moltiplicando l’esempio fatto per centomila od un milione abbiamo la battaglia moderna.

V

Nella guerra attuale, la Francia è passata per i stati:

brillante, lento ed economico, ora detti.

L’attacco nella Champagne appartiene appunto all’ultimo tipo.

Nella Champagne i Francesi hanno attaccato su 30 km, con 36 Divisioni ed hanno sparato 6 milioni di colpi di piccolo calibro ed 1.200.000 colpi di medio e grosso calibro (mettendo così fuori uso almeno millecinquecento cannoni da campagna ed 800 - 1000 cannoni di medio e grosso calibro).

Non ostante questa immensa raccolta di forze (36 Divisioni equivalgono a tutto il nostro esercito), non ostante l’enorme consumo di munizioni (da 8 a 12 colpi di cannone per ogni armato di fucile), non ostante la ristrettezza della fronte attaccata (30 km., il che dà una densità di 24 - 30 uomini per metro) l’attacco non riuscì a sfondare la fronte tedesca; riuscì solo a produrvi un incavo profondo 4 km.

e fu dovuto sospendere per deficenza di truppe fresche e di munizioni.

Ciò dimostra che occorre, per ottenere la vittoria decisiva, uno squilibrio enorme di forze.

Se, per lo passato, per vincere uno sulla difensiva occorrevano due attaccanti, oggi per vincerne uno ne occorrono dieci o cento.

La bilancia della vittoria è diventata di una insensibilità inverosimile; perchè uno dei piatti della bilancia si abbassi, occorre una differenza di peso enorme, Ciò spiega il fenomeno più impressionante della guerra presente, e cioè l’arresto o la stasi della guerra tutte le volte che una delle parti ha il tempo ed i mezzi di rafforzarsi.

Ciò spiega come il nostro esercito, per quanto ben condotto, pur costituito da ottimi soldati, non riesca ad avanzare, benchè sia fronteggiato da forze inferiori.

Se paragoniamo al nostro lo sforzo francese nella Champagne, facilmente giungiamo alla conclusione che di più non si poteva ottenere.

Aspetto della guerra moderna.

Gli eserciti moderni ritraggono la loro forza dalle macchine che posseggono.

Essi sono come delle immense officine di distruzione, nelle quali i soldati rappresentano gli operai che maneggiano le formidabili macchine di distruzione.

Nè il genio dei capitani, nè il valore dei soldati, può sostituirsi ai mezzi mancanti;

il genio dei capitani deve limitarsi al migliore impiego delle macchine;

il valore dei soldati al miglior uso delle macchine.

Perciò la forza degli eserciti moderni può dirsi funzione della capacità industriale e commerciale del paese, in quanto il paese è capace di produrre e sa provvedere macchine distruttrici.

Mai, come nel periodo presente, tutta la nazione fu in guerra, e maggiormente e più intensamente vi partecipò.

Come non si può attribuire agli operai di una officina il fallimento della medesima, se la direzione della officina la lascia con macchine vecchie, inadatte, superate, così non si può attribuire ad un esercito la colpa della sconfitta se il paese non gli ha provveduto, in tempo utile, tutti i mezzi necessari, e per «tutti i mezzi necessari» deve intendersi la massima quantità di mezzi che il paese è capace di produrre, trascurando ogni altro bisogno sociale.

L’enorme squilibrio di forze che deve verificarsi affinchè possa prodursi la vittoria decisiva è tale da far presumere che detto squilibrio, date le condizioni attuali delle nazioni in guerra, non potrà più prodursi.

La battaglia della Marna ha precluso la vittoria decisiva agli Imperi Centrali, la sconfitta della Serbia ha precluso la vittoria decisiva degli alleati.

La guerra, quindi, si trascinerà lungamente, conservando i caratteri attuali ed assumendo sempre più il carattere di una guerra di esaurimento; di esaurimento di nazioni e non di eserciti, appunto perchè gli eserciti ritraggono la loro maggior forza dalle nazioni.

Vincerà quello dei due partiti che per più lungo tempo saprà e potrà resistere all’esaurimento, che disporrà di una maggiore forza morale, di maggior disciplina e di maggior coesione nazionale.

La vittoria sarà meschina e consisterà in un adattamento; i popoli si accontenteranno di una mezza vittoria e di vantaggi illusori, pur di uscire dall’incubo che li opprime: l’Europa, deposte le armi, si troverà povera ed avvilita di fronte a coloro che si saranno arricchiti e rafforzati a sue spese.

Le condizioni nostre.

Applicando le considerazioni suesposte alla nostra guerra, e considerando che di fronte a noi il nemico è avvantaggiato, in modo formidabile, dalle condizioni montuose del terreno, possiamo concludere che ben difficilmente si riuscirà a raggiungere direttamente i nostri obbiettivi, anche se l’avversario, seguitando a comportarsi come ha fatto finora, si limiterà semplicemente ad opporsi alla nostra avanzata e non intenderà agire offensivamente contro di noi.

Mentre noi provvediamo mezzi per attaccare colla limitata produzione nostra, il nemico seguita ad accumulare mezzi difensivi;

dato lo squilibrio necessario fra l’attacco e la difesa, data la esuberante produzione tedesca, è molto aleatorio supporre che noi potremo giungere ad ottenere, a nostro vantaggio, lo squilibrio necessario per procedere felicemente ad un attacco economico.

Se dovremo limitarci all’attacco lento occorreranno degli anni per raggiungere gli obbiettivi più diretti:

Trento e Trieste.

L’illuderci è inutile e dannoso;

occorre guardare la situazione nel bianco degli occhi e trovare l’energia necessaria per fronteggiarla.

Il nuovo mezzo.

Fino ad ora ho fatto astrazione dal nuovo mezzo di guerra che si affaccia sul mondo;

voglio dire l’aeroplano potente.

Dico l’aeroplano potente perchè l’aeroplano comune da tempo esiste, ma era inadatto alla grande offensiva, mentre quello potente si presenta come un mezzo di offesa meraviglioso.

Questo nuovo mezzo è capace di apportare una completa rivoluzione nell’arte della guerra, è capace di apportare e fornire la risoluzione della guerra attuale.

Ciò non deve apparire, a priori, come un paradosso.

Quante volte, nella storia dell’industria, un nuovo portato, una nuova macchina ha apportato delle rivoluzioni profondissime:

Basti ricordare la rivoluzione apportata, nell’industria dei trasporti, dalla via ferrata.

La guerra moderna va considerata come l’industria della distruzione; nulla, a priori, vieta che essa venga profondamente rivoluzionata da una nuova macchina.

L’aeroplano potente è capace di lanciare a 300 km.

dalla propria base 500 kg.

di esplosivo, oltrepassando qualsiasi ostacolo.

Basta tenere presente tale capacità per convincersi che questa nuova macchina può apportare una enorme rivoluzione nella guerra.

Potendo lanciare 500 kg.

di esplosivo, possiede una grande capacità distruttiva:

è quindi macchina adatta alla guerra.

Potendo portare la sua offesa a 300 km.

dalla sua base, è macchina adatta a colpire un punto qualunque del territorio nemico.

Potendo oltrepassare qualunque ostacolo, nulla può arrestare la sua azione.

Gli eserciti moderni rappresentano delle corazze dietro le quali le nazioni in lotta lavorano a preparare mezzi atti ad alimentare la guerra:

l’aeroplano potente è adatto ad oltrepassare tale corazza ed a colpire le nazioni stesse nei centri di produzione e lungo le linee di rifornimento che corrono dal paese all’esercito.

È quindi l’arma più adatta a colpire nel vivo.

Non è la mazza ferrata che batte sulla corazza ammaccandola, è la misericordia che tronca la carotide, passando per il difetto dell’armatura.

L’esercito rappresenta il pugno delle nazioni, pugno che non è valido se validi non sono il braccio e il cuore;

il pugno è coperto da un guanto di ferro, il braccio e il cuore sono scoperti;

il nuovo mezzo non attacca il pugno, attacca il cuore, recide i nervi e le vene del braccio.

Mille aeroplani potenti costituiscono una forza offensiva colossale poichè in ogni volo possono gettare 500 tonnellate di esplosivo.

Mille aeroplani potenti possono lasciare cadere, p. e.

nel porto di Pola, una quantità di esplosivo pari a quella contenuta in 5000 siluri: di che distruggere, con un solo volo, tutta la flotta austriaca.

Una squadriglia di 50 aeroplani potenti può troncare le linee ferroviarie congiungentisi di Franzensfeste e del Brennero, separare completamente il Tirolo dalla monarchia austroungarica.

E può darsi che tra breve si possano avere aeroplani ancora più potenti.

Evidentemente l’entrata in campo di un mezzo provveduto di così «speciali, caratteristiche deve indurre una grande rivoluzione nell’arte della guerra.

Impiego del nuovo mezzo.

Il concetto generale dell’impiego del nuovo mezzo deve essere il seguente:

valersene per indebolire la, linea nemica fino a che sia possibile sfondarla.

Perciò: a) Procedere alla distruzione sistematica dei mezzi di produzione della nazione avversaria, della sua ricchezza, delle sue risorse, del suo morale.

b) Tagliare le comunicazioni fra il paese e l’esercito nemico, isolandolo completamente, ed impedendo così l’affluire di riserve di uomini, di materiali e di rifornimenti.

c) Costituire, dietro alla fronte che si intende attaccare, una zona di deserto e di devastazione.

d) Attaccare tale fronte quando la mancanza di comunicazioni col tergo la abbia anemizzata e demoralizzata.

Naturalmente i risultati che si possono ottenere mediante l’offesa aerea, intesa in questo modo, sono proporzionali ai mezzi aerei di cui si dispone.

A questo proposito è bene fare le seguenti considerazioni:

1)

Il mezzo è nuovo e certamente avrà un enorme vantaggio chi saprà al più presto impiegarlo con criteri chiari e definiti, largamente e senza esitazioni.

2) Il mezzo è facilmente attuabile; la costruzione degli aeroplani non esige attrezzamenti complessi;

l’aeroplano è una macchina meno complessa di un cannone:

il motore a scoppio è una gloria dell’industria italiana.

Il munizionamento è facile ad ottenersi;

non esige macchine di precisione, nè metalli speciali, nè esplodenti di primo ordine.

L’aeroplano è un’arma individuale e l’italiano eccelle individualmente.

Se lo stato della nostra industria metallurgica ci impedisce di poter sperare di raggiungere in tempo quella tedesca, nulla vieta che, nel campo dell’aria, l’Italia possa fare passi da gigante, rapidamente.

Si dice che la Fiat fabbrichi 100 camions al mese;

ciò dimostra che, organizzando l’industria del nostro Paese, si possono in Italia facilmente ottenere centinaia di aeroplani al mese.

Io sono fermamente convinto che, senza disturbare la produzione degli altri mezzi di guerra, l’Italia può costituirsi una potente flotta aerea, magnifico mezzo di vittoria.

La realtà dei fatti.

Ciò che ho esposto non è poesia nè esaltazione: è la conseguenza logica e matematica di premesse reali.

L’aeroplano potente esiste e vola.

Le conclusioni alle quali sono giunto, partendo da questa premessa reale, non possono essere oppugnate da alcuno perchè sono matematicamente esatte;

Non solo.

I fatti avvenuti hanno dimostrato che io sono sempre stato nel vero.

Sei anni fa, nel 1910 ho previsto le flotte di aeroplani di 1000 apparecchi:

oggi tali flotte esistono; ho previsto la costituzione dei ministeri dell’aviazione; oggi tali ministeri esistono.

Oggi, se si fossero prese in considerazione le mie idee, l’Italia avrebbe la più potente flotta aerea del mondo, e, forse, si troverebbe più vicina, di quanto non gia, a raggiungere le sue aspirazioni.

Ciò dico non per uno sterile vanto, ma solo perchè il mezzo che propongo venga discusso, e non si abbandoni questo fattore di vittoria che può tagliare il nodo gordiano della grande guerra.

Io credo che i nostri nemici pensino alla grande offensiva aerea, e non bisogna che ci prevengano.

Se ci pensano, certamente essi organizzano, se non ci pensano, o se non organizzano bene, tanto meglio; questa volta almeno saremo noi a sorprenderli, e sarà la vittoria della genialità latina sulla pesante Kultur tedesca.

I nostri alleati sono anch’essi disorientati per quanto riguarda l’aviazione, mentre è uno sforzo comune quello che si deve fare.

Se gli alleati uniscono le proprie forze in questa direzione, se agiscono con sano criterio comune, la vittoria non può mancare.

A tutto ciò si aggiunga che il mezzo aereo è il più economico e quello che esige il minor numero di combattenti.

Vorrei ricordare ancora, e ripeto, non per sterile vanagloria, che tutte le mie previsioni in fatto di aviazione si avverarono sempre, più presto ed oltre le mie previsioni; la previsione attuale è quella che sgorga più logicamente e che è maggiormente fondata sulla realtà attuale dei fatti.

Vorrei ancora ricordare che le esitazioni, i tentennamenti ed i dubbi degli alleati hanno prodotto i Dardanelli e la Serbia, rammenterò infine che la guerra moderna ha portato in primissima linea mezzi che sembravano avere solo una importanza secondaria ed accessoria; vedi i sottomarini che hanno rivoluzionato la guerra marittima, vedi il filo di ferro che ha rivoluzionato quella terrestre.

Conclusione.

L’unico mezzo per raggiungere un risultato decisivo nella guerra attuale è il largo impiego della offensiva aerea.

Questo mezzo è a portata delle nostre mani, è l’unico sul quale possiamo sperare un predominio: non sta che a noi attuarlo.

Ma non bisogna perdere tempo perchè siamo giunti a quel punto critico della guerra oltre il quale o si ascende verso la vittoria o si discende verso la sconfitta.

Ogni giorno perduto è un passo fatto in una direzione pericolosa, ogni giorno perduto rappresenta cinque, dieci, venti aeroplani di meno per il giorno della decisione.

Ciò che noi non faremo, l’avversario può fare e, se lo farà, sarà terribile e terribile sarà la responsabilità di tutti.

Dal mio modesto posto, io lancio il grido d’allarme con tutta la forza del mio petto; la mia convinzione è tale e tanta che sento il dovere di gridare il pericolo presso tutti coloro che sono in grado di parare al pericolo, indifferente a tutto ciò che può avvenire di me, pronto a dare tutto di me, e coll’animo in angoscia, ma colla coscienza pienamente tranquilla, invoco l’attenzione di chi può sul gravissimo problema che prospetto.

L’anno scorso di questa epoca, in una conferenza a Torino, terminavo additando al nuovo mezzo di guerra colle parole:

in hoc signo vinces.

Oggi, dopo un anno, ripeto:

in hoc signo vinces, sperando che la fede raggiunga il cuore di Costantino.

26 Gennaio 1916.

— Per far posto agli uomini della nuova chiamata il Ministero manda quelli delle classi precedenti presso i depositi in zona di guerra.

Questi uomini giungeranno senza ufficiali e senza armi.

Per gli ufficiali, provvederanno le unità di prima linea, dissanguandosi ancora un poco.

Per le armi, Dio provvederà come provvede agli uccellini nella stagione invernale.

Intanto l’Intendenza Generale ha ordinato che si faccia ricerca delle armi perdute per le case e negli ospedali.

Mentre noi siamo in queste allegre condizioni, l’Ufficio Informazioni del Comando Supremo seguita a raccontarci che gli austriaci sono in miserevoli condizioni, che mangiano poco, che vanno nudi, che non dispongono di munizioni.

Il cadavere seguita a funzionare da cadavere e noi non siamo capaci di seppellirlo.

Intanto ci attaccano ed, ogni tanto, ci ricacciano.

Ad Oslavia hanno riattaccato l’altro giorno — tale attacco era stato annunciato da prigionieri e disertori — ma ci hanno colto alla sprovvista;

abbiamo dovuto fare accorrere rinforzi durante tutto il giorno e tutta la notte per cercare di riprendere le nostre posizioni, e non so ancora se ci siamo riusciti.

Qui, in Carnia, la nostra situazione è molto precaria.

Tutte le nostre forze sono distese in un sottile cordone lungo tutta la fronte.

Dietro la prima linea non abbiamo niente.

Il Comandante della Zona non ha un uomo di riserva.

Niente.

È la guerra di cordone nella sua più larga espressione.

E si parla sempre di offensiva:

C’è di che far ridere i polli austriaci.

Tutti i giorni — fa un tempo magnifico — aeroplani austriaci vengono a volare sulle nostre posizioni, completamente indisturbati, regolano il tiro, fanno fotografie, ecc.

Non dico come rialzi il morale delle nostre truppe il constatare l’assenza completa dei nostri apparecchi.

Ciò induce un altissimo senso di fede.

Ci si domanda sempre la fede.

Fede in che:

Fede in chi:

La fede non si impone per regolamento; come il saluto; si ottiene.

Tre o quattro mesi or sono la Zona richiese una squadriglia che venne concessa — sulla carta — solo un mese e mezzo fa.

Ma occorrono degli studi per la costruzione degli hangars.

Ci costruiranno hangars per Caproni 600 HP, e ci manderanno dei Farman.

Il nostro bollettino di guerra va interpretato:

quando dice:

furono fatti prigionieri, vuol dire un prigioniero; alcuni prigionieri, vuol dire due; parecchi prigionieri, vuol dire tre; molti prigionieri, vuol dire quattro.

Sopra i quattro il bollettino dà il numero.

Però di questi giorni si fanno molte chiacchiere:

Barzilai parla, parla Salandra, parlano tutti.

Altrove si agisce.

Ma che importa:

30 Gennaio 1916.

— Ricevo da S. E. il generale Roberto Brusati, in comunicazione, una lettera scrittagli dal generale Cadorna, al quale il generale Brusati aveva inviato il promemoria da me consegnatogli il 13 gennaio.

La lettera del generale Cadorna suona così:

25 gennaio 1916.

Caro Brusati, Ti ringrazio per la datami comunicazione della lettera e della memoria a te indirizzate dal Colonnello Douhet, che ho entrambe prese in esame.

Le idee contenute in questi due documenti non mi giungono nuove, poichè quest’ufficiale le ha già precedentemente esposte in altre lettere e memorie, che per vie diverse mi sono pervenute.

Ora, senza entrare in merito del programma adombrato nella memoria, e prescindendo dalla particolare competenza del Colonnello Douhet nel campo della aviazione, sta di fatto che nella nuova Direzione dell’Aeronautica non vi è alcun posto da assegnare a questo ufficiale.

Io comprendo e lodo il fervido interessamento che il Colonnello Douhet professa per le questioni aviatorie alle quali egli si è lungamente dedicato, ma penso che il desiderio che egli esprime, e che non può ora essere appagato, non dovrebbe diminuire in lui l’alta soddisfazione per l’importante incarico che gli è stato affidato, di Capo di S. M. di un Corpo d’Armata in guerra.

Il Colonnello Douhet potrà recare pur sempre all’aviazione il contributo della sua esperienza e dei suoi studi, giacchè il C. S. prenderà di buon grado in esame le memorie che egli credesse di presentare, e non mancherà di segnalare alla Direzione Aeronautica quelle proposte che fossero giudicate pratiche, sollecitandone, se del caso, la traduzione in atto.

Abbraccioti con affetto.

Tuo aff.mo f.o CADORNA.

La lettera è molto gentile.

Ma sta il fatto che il Capo di S.

M.

evita di entrare in merito su di un programma concreto di guerra e prescinde dalla competenza delle persone per costituire gli organi.

Io sono più che soddisfatto del posto che occupo, ma non ritengo di avere speciali attitudini per un tale posto, mentre ho la coscienza di possederne per una carica in aeronautica, carica che mi permetterebbe inoltre di convincere e trascinare sulla strada che ritengo buona.

Poichè il Capo di S. M.

dell’Esercito, pur comprendendo e lodando il mio interessamento per l’aviazione, non può far nulla, mancando il posto, pazienza.

Per recare il mio contributo scriverò una memoria in proposito, la quale, se non altro, mi permetterà di dire alla Direzione Aeronautica che cosa penso di quanto fa e di quanto non fa.

4 Febbraio 1916.

— Ho trasmesso al C. S. per via di ufficio una memoria col titolo:

«Proposte concrete in ordine alla organizzazione, all’impiego ed allo sviluppo della nostra aviazione militare».

Nel compilare tale memoria mi sono divertito perchè ho espresso chiaramente i miei concetti ed i miei giudizi.

Non ho alcuna speranza di trarre un ragno da un buco, ma non importa:

fa ciò che devi, avvenga che può.

Riporto qui il riassunto delle «Proposte concrete» più essenziali:

«1° Stabilire, come è norma generale per tutto il resto, una netta divisione di funzioni fra l’aviazione operante e l’aviazione in patria, e cioè un Comando di aviazione presso il C. S., completamente indipendente dalla Direzione Generale di Aeronautica.

«2° Stabilire che è il Comando Supremo l’unico competente a determinare il tipo degli apparecchi, la formazione complessiva delle squadriglie, il loro numero, la loro dislocazione ed il loro impiego.

«3° Stabilire il principio che i mezzi aviatori dipendono per il loro impiego, esclusivamente e completamente, dalle grandi unità alle quali vengono assegnate, e che i Comandi di dette unità rispondono di tale impiego in modo perfettamente analogo a quanto accade per ogni altro elemento di forza da essi direttamente dipendente».

Tali provvedimenti non sono di competenza della Direzione di Aeronautica, ma del C. S. Ma tali provvedimenti non possono essere presi fino a quando il C. S. non giunga a considerare l’aviazione come un’arma.

Da ciò siamo ben lontani, tanto è che l’aviazione alla fronte non possiede un Comando, ma bensì una Direzione.

Come i trasporti e tappe.

9 Febbraio 1916.

— Ho detto da molto tempo del fallimento completo dell’attacco frontale e delle conseguenze dell’errore fondamentale del C.

S., consistente nel non aver compreso il carattere della guerra moderna.

Debbo tuttavia dire che, poco per volta, la luce comincia a formarsi nella mente del C. S. e debbo aggiungere: meglio tardi che mai.

Di fatto adesso si sta ricompilando il regolamento per gli esercizi per la fanteria sulla base della esperienza fatta.

E mi domando se era proprio necessario far uccidere inutilmente tanta gente e sprecare tanti mezzi per accorgersi che la guerra attuale era diversa da quella del 70:

Ma questa domanda è oziosa, tanto è vero che tutto ciò è stato necessario.

Ma adesso si è deciso di cambiare sistema.

Si va coi piedi di piombo.

Il C. S. non si fida più del suo meraviglioso colpo d’occhio: chiede pareri.

Di fatto il C. S. ha mandato ai Comandanti d’Armata un lunghissimo questionario tattico, al quale dovranno rispondere i generali ed i colonnelli che hanno veduto da vicino i combattimenti.

Ricevute tutte le risposte, il C. S. farà una cernita e deciderà.

Sarei davvero curioso di assistere a questa cernita ed a questo giudizio; deve essere qualche cosa di simile al lavoro degli uffici di censura.

Poi è stato richiesto anche il parere sul posto degli ufficiali nel combattimento, posto che fino ad ora era davanti alla truppa ed ha prodotto una perdita esagerata di ufficiali.

Instaurandosi un tale sistema l’azione del C. S. diventerà simile a quella dei giornali che stabiliscono i referendum.

È stata trovata un’altra fonte per l’armamento delle reclute che, per ora, stanno addestrandosi col bastone.

Questa nuova fonte è data dai Mänlicher che si adattano a sparare la nostra cartuccia.

Siccome poi abbiamo venduto il macchinario per fare le cartuccie Wetterly, anche i Wetterly si adattano a sparare la nuova cartuccia;

intanto si è ridotto a 48 cartuccie il munizionamento degli armati di Wetterly.

L’altro giorno lI.

G. ha chiesto quante bombe incendiarie desideravamo.

Naturalmente non diceva che cosa fossero.

Ho girato la domanda al direttore di Artiglieria il quale ne ha chieste 20 mila.

Ritenendo che le conoscesse, gli ho chiesto che cosa sono.

Neppure lui lo sa, ma le ha chieste perchè l’Intendenza glie le avrebbe mandate lo stesso, come ha fatto per i porta proiettili per basto che l’I. mandò, per quanto fossero rifiutati, e manda ancora.

Sono castelli di ferro da applicare sui basti, che, spostando in alto il centro di gravità, fanno precipitare i muli.

Tali castelli, quando giungono, vengono gettati in magazzino.

L’I. G. protegge molto l’Industria nazionale.

Abbiamo degli scudi — dovrebbero servire per proteggere gli uomini che vanno al taglio dei reticolati.

Li abbiamo fatti provare a 100 metri:

sono attraversati bellamente e chi li porta è sicuro di andare all’altro mondo, mentre, senza scudo, potrebbe salvarsi.

Non sono ancora riuscito a conoscere quali prove di collaudo debbano sostenere.

L’altro giorno è venuto qui il Colonnello S., capo dell’Ufficio civile Internati.

Abbiamo così saputo che l’ufficio affari civili del C.

S., che si era inaugurato con un solo funzionario, oggi ne conta ben 70, equivalenti agli S. M. di parecchi Corpi d’Armata.

Questo rapido accrescimento dell’U.

A. C. deve certo corrispondere al rapido accrescimento delle nostre conquiste territoriali.

In questo periodo i giornali si domandano che farà la Germania.

Il Corriere tranquillamente esclude una puntata contro l’Italia.

Perchè:

Non lo dice.

Il nostro U. I.

è sempre ottimista, ci narra per disteso tutto ciò che raccontano i pochi prigionieri e disertori (questi ultimi dicono naturalmente che hanno disertato per fame e cattivi trattamenti).

LU.

I.

ci tranquillizza dicendo sempre che non pare vogliano puntare su di noi.

Nè Cecco Beppe, nè Guglielmo glie lo hanno mai detto ed, inoltre, l’eterno cadavere austriaco comincia — sempre secondo l’U. I.

— a puzzare.

Anche se ciò fosse esatto, dovrebbe dire il contrario.

Invece di addormentarci, e lo siamo abbastanza, dovrebbe svegliarci.

Se noi ci mettessimo in grado di sostenere una potente offensiva, saremmo sempre in grado di sostenerne una minore, o di avanzare.

Certo l’Austria ci ha sempre considerati poco, e poco o niente ha fatto contro di noi.

Anch’essa cerca di addormentarci, ma ritengo che ciò sia fatto per meglio sorprenderci.

Nelle attuali condizioni siamo il miglior bersaglio, il punto più sensibile e più debole.

Perchè non debbono gettarsi contro di noi:

Certo, se lo faranno, non ne informeranno sei mesi prima lU.

I.

A me la noncuranza attuale a nostro riguardo mi preoccupa.

Gli austriaci non fanno contro di noi tutto ciò che potrebbero fare.

Mandano aeroplani su Durazzo e su Valona e non su Milano.

Temo che lavorino nello stesso senso del governo e dell’U. I.; temo che ci morfinizzino.

Dio voglia che mi sbagli.

Ho letto sul Corriere dell’8 un bell’articolo:

«Non mormorare».

È giustissimo.

Ma è anche giusto che si faccia il proprio dovere dappertutto, sia in basso che in alto.

La fede non si impone, si conquista.

Solo il bue può seguire con fede il padrone che lo conduce al macello.

Gli uomini non sono buoi, e perciò talvolta si accorgono di essere condotti al macello.

È delitto mormorare, od è delitto condurre uomini al macello:

Se il mormorio è largamente diffuso, non dimostra che qualche ragione deve pure esservi:

Non tutti sono antipatriottici.

Vi è forse qualcuno che vede; forse ve ne sono molti che vedono.

O che la perfezione è solo in coloro che, per pura combinazione, si trovano ora alla testa:

Bisogna pensare che siamo in 37 milioni alla mercè di meno di 37 uomini e che anche questi possono errare.

Il dogma dell’infallibilità non è rispettato neppure dal Papa.

Non carichiamo tutto addosso a chi dà il suo sangue ed il suo denaro; può darsi che chi sta in panciolle di molto debba rispondere.

Tutti dobbiamo sentire la scossa profonda, e se la mormorazione servisse a scuotere sarebbe santa mormorazione che eviterebbe il peggio.

11 Febbraio 1916.

— Il generale Lequio, di ritorno da un suo viaggio di ispezione, mi ha raccontato come fu liquidato un ufficiale superiore degli alpini.

Questo ufficiale ricevette un giorno l’ordine di eseguire un attacco col suo battaglione.

In precedenza aveva attaccato il.....

fanteria sbandandosi perchè preso dal Vodil alle spalle.

Il battaglione alpino andò all’attacco e perdette 27 ufficiali su 31, sì che il Comandante rimase con 4 ufficiali di complemento.

Il giorno seguente ricevette l’ordine di ripetere l’attacco.

Il Comandante del battaglione fece osservare che, nelle condizioni di inquadramento in cui si trovava, non sentiva di poter ricondurre il battaglione all’attacco.

Il Comandante del reggimento si associò.

Comandante di reggimento e di battaglione furono silurati.

Mi disse che, avendo il Salandra fatto osservare al generale Cadorna come l’offensiva dell’autunno, pur essendo costata oltre 100 mila uomini, non aveva approdato a nulla, il generale Cadorna rispose che bisognava guardare il terreno.

Quando si tratta di mandar via gli altri perchè non si guarda il terreno:

Si lanciano le truppe all’attacco ciecamente, senza guardare dove si mandano, senza conoscere il terreno, senza i mezzi adatti a vincere le difficoltà.

Complementi, che arrivano di notte nelle trincee, sono lanciati nel mattino seguente, senza dar loro il tempo di conoscere i propri reparti, i propri graduati, i propri ufficiali.

Ufficiali, anche superiori, non appena giunti, non ancora orientati sul terreno, senza conoscenza alcuna dei propri soldati, ricevono ordini di attacco — a qualunque costo — coll’imposizione di perdere almeno i 2/3 dei propri uomini.

Le truppe non sono più inquadrate; i capitani e gli ufficiali subalterni sono bambini, senza nessuna pratica e senza nessuna istruzione militare.

Gli ufficiali sono sbalzati qua e là a capriccio dell’Ufficio ordinamento, che sconvolge ogni ordinamento.

Tutto ciò determina un senso infinito di pena e di sconforto.

Non vi è alcuna relazione fra gli alti comandi.

I

Comandanti di Armata non si vedono mai e non sono mai interpellati.

Sono gli Uffici del C. S. che tutto fanno e tutto disfanno.

Siamo nelle mani di un gruppo di ambiziosetti.

Adesso pare che l’avanzamento nella fanteria si arresterà e prenderà l’aire quello dell’artiglieria perchè gli ufficiali d’artiglieria predominano al C.

S. A ciò si deve l’istituzione dei bombardieri, delle batterie di bombarde, dei colonnelli comandanti dei reggimenti bombardieri.

Un’altra mania è quella delle Scuole Castrensi.

Abbiamo la Scuola di Guerra Castrense (:!) a Vicenza, l’Università Castrense, la Scuola Bombardieri Castrense.

È una vera orgia scolastica.

Alla fine della guerra saremo tutti laureati:

Circa gli aeroplani in Carnia.

Il 21 ottobre 1915 se ne fa richiesta al C.S.

Il 28 novembre 1915 il C. S. chiede una batteria e 1/2 75 - 1911 per proteggere Aviano e Pordenone.

Il Comando della Zona risponde:

«Questo C. di A. ha già 3 batterie 1911 in servizio aereo fuori zona.

Delle 10 rimanenti, tre sono impiegate in prima linea per rimediare in qualche modo alle ripetute sottrazioni di batterie di medio calibro, le altre 7 sono destinate alla difesa antiaerea settori zona e elementi Piazza Alto Tagliamento e protezione centri abitati e ingenti depositi materiali ogni genere, giacchè quasi giornalmente zona è liberamente percorsa in tutti i sensi da aeroplani nemici non avendosi disponibili eguali mezzi da contrapporvi.

Non è quindi possibile aderire richiesta codesto Comando a meno non venga assegnata alla zona una squadriglia aeroplani come ripetutamente proposto, la quale troverebbe ottimi campi lancio e atterramento».

Il 4 dicembre, l’Ufficio Servizi Aeronautici dice che prossimamente sarà pronta una squadriglia Farman e sarà inviata in Carnia.

Il 15 dicembre, lU.

S. A. ripete la promessa.

In gennaio, lU.

S. A. dice che la squadriglia è pronta.

Verso i primi di febbraio il Comando della zona informa il C. S. che gli austriaci intensificano le ricognizioni aeree e che necessita il concorso della squadriglia.

Il 5 febbraio, U. S. A. dice che gli apparecchi stanno mettendosi a punto.

Dopo circa 4 mesi ancora non si è visto nulla.

Mi hanno detto che vogliono mandare una squadriglia in Albania.

Ma sperano proprio che questa sia la guerra dei 30 anni:

13 Febbraio 1916.

— Oggi alle 13, S. E.

Cadorna ha accompagnato il generale Pellet in Val Dogna, cioè a Dogna, dove gli ha fatto vedere il maneggio dell’obice da 305, senza sparare.

Vi erano anche S. E. Porro e S. E. Elia.

Questi è incaricato di riaccompagnare la missione francese fino a Modane.

Visita di etichetta.

Ho udito una conversazione fra Cadorna, Lequio ed Elia.

Il Cadorna poneva dei dubbi sull’avere ciò che il Ministero gli ha promesso.

Ha detto che con 450 mila uomini disponibili fa anche troppo a trattenere i 350 mila che ha di contro (calcola 1000 uomini per battaglione austriaco, mentre l’U. I.

dice che in generale sono molto meno e composti di malati, convalescenti e feriti che ritornano sulla fronte).

Ha detto che, se i francesi nella Champagne hanno proceduto di 2 o 3 chilometri sparando 7 milioni di colpi di cannone, ecc., noi non potevamo fare di più.

Sembrava che ripetesse quanto ho scritto nel promemoria che ha ricevuto per mezzo del generale Brusati.

Ma non ha aggiunto che lui l’offensiva l’ha fatta dopo quella francese e quando già ne conosceva il risultato.

Pare che l’idea della marcia su Vienna si sia un po’annacquata.

Mi è stato detto che il generale Cadorna, parlando con un generale francese, gli abbia fatto vedere il Tagliamento e le alture sulle quali ci ritireremmo se, malheureusement, dovessimo retrocedere.

Non ha aggiunto che sul Tagliamento non c’è più nulla.

Spira un’aria d’incoscienza che consola.

In una lettera ai Comandi d’Armata, il generale Cadorna si è lagnato perchè gli austriaci smentiscono il nostro bollettino con ragione.

Invece è il C. S. che amplifica ed infiora i bollettini.

L’altro giorno noi avevamo comunicato che una grossa pattuglia austriaca era stata respinta; nel bollettino ciò ha assunto l’aspetto di uno scontro.

Così il generale Porro ha organizzato un ufficio stampa per smentire il bollettino austriaco, ma il male si è che il bollettino austriaco è molto più serio e veritiero del nostro, e sarà difficile smentirlo.

L’Ufficio I., come indice della tendenziosità delle notizie austriache, ci ha mandato a dire che in Austria si parla di una offensiva contro di noi.

La cosa appare così inverosimile all’U. I.

che ce la dà come indice di tendenziosità.

Per conto mio la trovo naturalissima.

E la temo, viste le nostre condizioni.

Oggi sono arrivati 7 apparecchi della squadriglia.

Segnerò il giorno in cui faranno il primo volo sul nemico.

Ieri 350 uomini di complemento furono condotti nella regione Pal Grande-Pal Piccolo, disarmati.

Li accompagnava il senatore M.

Al deposito di S. Vito vi sono 1900 uomini con 350 fucili.

Abbiamo dovuto disarmare le truppe presidiarie, gli automobilisti, l’artiglieria, ecc., per raccogliere fucili.

Le truppe di M. T. hanno veduto le loro cartuccie ridotte a 48 e quasi quasi si impiegano in prima linea.

D’ordine dell’I.

G. il nostro magazzino avanzato di artiglieria non deve tenere presso di sè più di 50 (dico cinquanta) fucili;

il resto deve mandarli al magazzino centrale di Firenze.

D’ordine della stessa Intendenza tutti i fucili dei malati, dei feriti, quelli presi al nemico, debbono andare in patria.

D’ordine di non so chi altro i complementi giungono disarmati.

Ognuno ordina per conto suo.

Il senatore M. ha riferito che c’è voluta tutta l’autorità degli ufficiali per condurre i complementi disarmati in prima linea.

È, del resto, naturale che non ci si presti allegramente a far da bersaglio.

Tali fatti servono a tener alto il morale delle truppe e ad infondere, la fede che fa oggetto delle circolari del Comando Supremo.

E con ciò si vuol fare dell’offensiva:

Il Corriere di ieri ha un articolo «Offensiva e guerra di resistenza» nel quale, scolasticamente, si fanno apparire i vantaggi dell’offensiva.

Certo deve esserne autore un imboscato al C. S. Si giuoca ancora e sempre sull’equivoco.

Nessuno può negare che l’offensiva sia atta a risolvere la guerra più rapidamente della difensiva passiva o della guerra di esaurimento.

Ma per fare dell’offensiva occorre possederne i mezzi.

Nessuno nega che sia meglio vivere da milionario che da «travet».

Ma per fare il milionario occorrono, anzi tutto, i milioni.

L’offensiva in sè e per sè non ha alcun significato e conduce al risultato che abbiamo ottenuto noi, e cioè di sfasciare un intero esercito di fronte a forze grandemente inferiori.

L’offensiva produce più gravi perdite al difensore che non all’attaccante quando «riesce», ma quando «non riesce» capita precisamente l’opposto.

E perchè l’offensiva riesca è necessario «possederne i mezzi».

Il nodo della questione non consiste nel discutere che sia meglio fra l’offensiva e la difensiva, ma nel definire la quantità di mezzi necessari per prendere l’offensiva.

In guerra, per prendere l’offensiva bisogna essere più forti — almeno nel punto che si attacca;

ora dire che l’offensiva è più redditizia della difensiva equivale a dire che in guerra è meglio essere più forti che più deboli.

Verità degnissima di Mr. de La Palisse, ma dalla quale non si sa trarre la logica deduzione:

occorre rendersi più forti per vincere.

Certo che, anche essendo i più forti, si può, in certi casi, fare cattiva figura, specialmente quando, come abbiamo fatto noi, si prende l’offensiva dallo Stelvio al mare.

In questo modo non si ottiene in alcun punto lo squilibrio che è necessario per la vittoria.

Da principio, quando, forse lo squilibrio esisteva su tutta la fronte, non abbiamo avuto l’audacia di spingerci avanti, poi lo squilibrio è mancato.

Abbiamo attaccato, attaccato, ma non abbiamo fatto un passo avanti.

Ora attaccare e restare sul posto significa essere sconfitti.

Ho sott’occhio la dislocazione nemica sul Carso.

Ebbene oggi siamo nelle identiche posizioni in cui eravamo nel giugno 1915:

S. Michele non è nostro, non sono nostri i famosi Sei Busi, siamo ancora aggrappati al pendio occidentale del Carso.

E sul Carso il nemico non ha che due Corpi d’Armata.

Il Podgora, il Sabotino, il Rombon sono ancora austriaci.

Eppure quante volte li abbiamo attaccati ed inutilmente attaccati:

Quale spreco successivo di uomini e di mezzi si è fatto:

Questo non è il modo di esaurire il nemico, è quello di esaurirci e di fare il giuoco nemico.

Questo è il mezzo di renderci inadatti a sostenere l’urto nemico qualora questo intendesse pronunciarlo.

L’offensiva reiterata e vana non fa che demoralizzare le truppe, le quali si vedono costrette a sacrifici inutili e perdono la fiducia in chi le conduce.

Chiunque è capace di dar l’ordine di attaccare, ma ciò non basta:

occorre disporre le cose in modo che l’attacco riesca.

Demoralizza più un attacco non riuscito che una difesa ricacciata.

Le truppe che si vedono sempre portate all’attacco e costrette, sempre, a retrocedere perdono ogni fede e solo può trattenerle il sentimento del dovere.

Dopo una serie di tentativi infruttuosi, ogni tentativo rinnovato, e rinnovato senza speranza, si inizia colla visione del ritorno.

Il ministro Briand ha affermato che lo stretto accordo fra gli alleati è già un fatto compiuto.

Non è presto.

Non è vero.

E la guerra dura da circa due anni.

A Roma si fanno molte chiacchiere e tutto va per il meglio nel migliore dei mondi.

I grandi uomini nostri sono quelli che nel maggio 1915 assicuravano che noi non avremmo dovuto combattere una guerra di trincea, sono coloro che non ci prepararono nè fucili, nè cannoni, nè munizioni, nè aeroplani, che ci portarono nudi ed inermi alla guerra.

Buon popolo d’Italia fino a quando ti lascierai burlare:

Teri gli austriaci hanno attaccato il Kucla e ce lo hanno preso.

Questa mattina la notizia ci è pervenuta con radiotelegramma austriaco «in italiano».

Ci hanno preso 73 prigonieri e 3 mitragliatrici.

Anche questo Kucla era una di quelle posizioni che non servivano a niente altro che a mettere qualche reparto in cattive condizioni.

Ora il generale G.

sarà mandato a casa, ma nessuno andrà a vedere se gli avevano dato i mezzi per resistere.

La Divisione Speciale fu abbandonata a sè, senza mezzi, senza aiuti, in un terreno infame.

Fu in questa Divisione che avvennero le diserzioni in massa degli alpini, e queste diserzioni dimostrano che vennero oltrepassati i limiti di resistenza fisica e morale degli uomini.

Noi abbiamo concorso alla difesa del Kucla coll’azione dell’artiglieria, ma il 305, che ha 10° di settore di tiro, ed i 280, che si trovano nelle stesse condizioni, erano puntati altrove, perciò non si potè agire che con qualche pezzo da 149 G., e questi erano ottimi cannoni quando io ero alla Scuola di Applicazione.

Però non lamentiamoci:

gli affusti a grande settore di tiro sono in studio, e il 305 di Val Raccolana ha bel 25 colpi a sua disposizione.

Evviva l’allegria e l’offensiva:

Per i lavori in caverna, largamente impiegati dal nemico, l’Ufficio Tecnico del C. S. ci ha chiesto (31 gennaio) quanti martelli perforatori volevamo perchè ha istituito una Commissione speciale per l’acquisto (che ci sta a fare il Ministero della guerra:).

Ne abbiamo chiesto 14 e, forse, col tempo, arriveranno.

Del resto per la guerra offensiva che bisogno c’è di caverne:

Ieri sul Kucla un aeroplano austriaco ha volato per oltre un’ora.

Ma oggi è arrivata la squadriglia a Cavazzo.

Il Comandante mi ha detto che i famosi Fiat soffrono il freddo:

si vede che la D. T. dell’Aviazione si era preparata per la guerra coloniale.

14 Febbraio 1916.

— Il C. S., come ho detto ieri, ci manderà d’ora innanzi il bollettino austriaco perchè, nel caso, lo si possa smentire.

Come è noto il bollettino austriaco deve essere un segreto per il pubblico italiano, il quale deve sapere solo quello che vuol dirgli il generale Cadorna.

Perchè:

Perchè è comodo.

Il nostro bollettino è magnifico.

Esso contiene tutte quelle reticenze e quei giuochi di parole che hanno fatto la fortuna dello stile gesuitico.

Per esempio, la frase:

l’attacco nemico venne respinto con gravi perdite è veritiero, tanto se le gravi perdite furono nostre che del nemico.

Delle amplificazioni ho già parlato.

Del resto basta osservare che nessun bollettino dice:; oggi niente di nuovo.

Adesso dunque il C. S. ci manderà il bollettino austriaco.

Vero è che l’Austria si incarica già di radiotelegrafarcelo in italiano.

Quello di stamane dà la notizia del bombardamento di Ravenna e di Porto Corsini;

vedremo se sarà smentito.

Ho ricevuto questa sera un telegramma tranquillizzante di mia moglie.

Dubito che questa mattina abbiano bombardato Milano.

Ma che importa:

La nostra aviazione non è in ottime mani:

Sono stato oggi al campo di Cavazzo.

Ieri sono giunti gli apparecchi, ma deve arrivare tutto il resto.

Così non ci ho trovato nessuno.

Hanno devastato un campo enorme — più grande di quello di Mirafiori — tre quarti del quale possono venire restituiti all’agricoltura.

E con tutto quel campo, ieri, due piloti sono riusciti ad atterrare fuori.

Ma nessuno dei grossi papaveri dell’aviazione è mai venuto qui a controllare la postazione del campo;

sono minuzie queste per chi tanto lavora e tanto produce.

La squadriglia non ha neppure le carte topografiche, ma un poco alla volta...

e quando c’è la salute:

15 Febbraio 1916.

— Come ieri avevo previsto in seguito al telegramma di mia moglie, gli austriaci hanno bombardato Milano, ed, inoltre, Bergamo e Monza.

Chi semina vento raccoglie tempesta.

Si vede che gli austriaci hanno voluto salutare i francesi recatisi a chiacchierare a Milano.

Ma, non ostante tutte queste lezioni, il ministro della guerra tiene fermo.

Sono ormai due mesi che abbiamo un nuovo Direttore Generale di Aeronautica, ma non si scorge alcun mutamento di indirizzo.

E lo si comprende:; il nuovo D. G. si orienta, studia, e forse sarà pronto per la fine della guerra.

La povera aeronautica alleata naviga in cattive acque.

L’altro giorno (dopo l’incursione degli Zeppelin), il ministro Besnard è andato a gambe levate in Francia.

In Inghilterra hanno fatto ministro dell’aria Lord Curzon, ex vicerè delle Indie, già ministro senza portafoglio e che ora l’ha trovato.

Da noi non bisogna far dispiacere a nessuno.

Pensare che tanti milioni di persone sono nelle mani di simili persone:

Io mi domando se nessuno dei nostri magnati pensa che il sangue sparso a Ravenna, a Milano, ecc., è sangue prodotto dal loro incosciente assassinio.

I giornali sono ineffabili:

Nel Corriere della Sera, a proposito del bombardamento di Ravenna, Corrado Ricci piange le sue più calde lagrime per qualche pietra della Basilica deturpata, ma nessuno ha un pensiero, un grido, per i 15 morti.

Come delle femminuccie stridule ed impotenti, ci quereliamo e sbraitiamo sulla ferocia e sulla barbarie del nemico e non sappiamo rispondere oltraggio ad oltraggio.

Tutti questi morti non sono dovuti al nemico che fa il suo mestiere, e da parecchi mesi sappiamo come lo fa.

Sono dovuti a noi che in tanto tempo non abbiamo trovato il modo di difenderci e di restituire pan per focaccia.

Tutto ciò è vile e puerile insieme, e gli austriaci possono ridere allegramente alle nostre spalle, alle querimonie di Corrado Ricci e alle imprecazioni del sindaco Caldara.

Ieri, durante tutta la giornata, due nostri apparecchi hanno incrociato su Udine a protezione della testa del nostro esercito, testa che davvero non vale la benzina che costa.

L’altro giorno ci hanno preso il Kucla.

Naturalmente il Comando della Divisione, temendo la fatal lettera del C.

S., ha disposto per il contro attacco;

ci ha messo due giorni, ha scombussolato tutta la Divisione, finalmente ieri sera ha comunicato che avrebbe attaccato alle 19 dopo aver fatto l’avvicinamento alle 15.

Contrariamente ad ogni buon senso ha proceduto all’avvicinamento di giorno per attaccare di notte.

Come era inevitabile, è stato respinto dal nemico che aveva avuto tutto il tempo di rafforzarsi e di fare accorrere rinforzi.

Ma ha dimostrato spirito offensivo e forse si salverà.

Oggi è giunto un sottotenente di M. M. per farci vedere un cannocchiale da fucile.

Appartiene alla sezione di munizionamento di Parigi.

È avvocato, dottore in matematica ed insegnante di statistica.

O perchè lo hanno messo alle munizioni:

Silenzio e mistero nei boschi:

16 Febbraio 1916.

— «Incoscienza».

Il C. S., Reparto Operazioni, a firma Porro, manda un articolo del Fredem - Blatt, del 5 febbraio, perchè «vi sono contenuti giudizi sul conto nostro che è bene siano noti ai nostri comandi, sia per gli apprezzamenti favorevoli che lo scrittore fa intorno all’attività delle nostre truppe, del nostro servizio di sanità, all’abbondanza delle munizioni e degli equipaggiamenti invernali, al servizio di aviazione, ecc., sia, sopratutto per quanto esso afferma intorno al nervosismo delle nostre truppe nel respingere gli attacchi ed allo sperpero di fuoco per parte della fanteria e dell’artiglieria».