Voci della Grande Guerra

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1950, Croce, pp. 207-226
Croce, Benedetto
1950
L’Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla guerra
120Nondimeno, quelle polemiche non riuscivano persuasive e non chiusero la questione.
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Croce, Benedetto
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L’Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla guerra
121Perché:
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L’Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla guerra
122Perché si attenevano materialmente alle parole degli ingiuriatori e beffeggiatori, e intendevano quella taccia come una taccia di naturale incapacità, data al popolo italiano;
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L’Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla guerra
123e la taccia, cosi intesa, era evidentemente stolta.
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L’Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla guerra
124Stolta e facile a confutare, col rispondere, come rispose un vecchio ufficiale napoletano, scrittore di cose storiche, Luigi Blanch, che nessun uomo, e molto meno un popolo, è incapace di rischiare la vita per un motivo qualsiasi, che gli parli all’animo.
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L’Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla guerra
125E tanto poco ne erano incapaci gli Italiani che nessun popolo apparve mai cosí pronto com’essi, fuori delle lotte propriamente militari, a gettare la vita quotidianamente;
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L’Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla guerra
126e, per esempio, le cronache italiane del seicento, ossia del tempo in cui la virtù militare era nel più basso stato, recano in ogni pagina notizie di risse feroci e di duelli e combattimenti d’individui e di fazioni, e danno l’immagine di un’Italia della quale, ogni giorno, il sangue rigava le città e le campagne.
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L’Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla guerra
127I duelli dei signori si facevano allora per «compagnie», ossia ciascuno soleva condurre con sé i suoi amici, per motivi frivolissimi, ad ammazzarsi allegramente.
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128Più feroci ancora, le plebi e i contadini.
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129Altro che attaccamento alla vita:
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L’Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla guerra
130Sembra, anzi, che allora la vita valesse ben poco, e si potrebbe stabilire su quei documenti la legge empirica (confermata da altre osservazioni) che alla minore virtù militare di una società corrisponde un maggior abito sanguinario, e all’inverso.
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L’Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla guerra
131Perciò Marat, in una delle sue allocuzioni, esprimeva il desiderio di avere intorno a sé non piú che «trecento Napoletani, con le braccia nude, armati di pugnali», per rassodare definitivamente la Rivoluzione in Francia:
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132II
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133Ma la taccia era vera ed era inconfutabile, intesa nel suo senso riposto e profondo:
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L’Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla guerra
134cioè in quanto ridiceva, in altra forma, che agli Italiani era mancata la coesione in un forte Stato, del quale la virtù militare è l’esponente.
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135Gli stessi esempî, che si recavano in contrario, avevano il carattere di eccezioni, confermanti la regola:
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136ossia dimostravano che, sempre che si era avuto in Italia uno Stato forte (per es., quello della Corona sabauda), o un sentimento di orgoglio nazionale, o almeno di spirito di corpo, si era benissimo combattuto.
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137Nel 1798 - 99 l’esercito napoletano andò in rotta al primo urto col francese;
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138ma, di lì a qualche settimana, si formarono dappertutto bande armate, che si misero alla caccia dei francesi e dei giacobini, e riuscirono, dopo alcuni mesi di lotta incessante, a trionfarne.
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139Come mai, diceva stupito uno di quei generali francesi, il Thiébault (scrivo in luogo dove non ho libri e sono costretto a fidare sulla mia memoria), «cotesti napoletani scappano, quando hanno addosso l’uniforme, e combattono, quando lo hanno gettato via:».